Dott.ssa Ines Casadio

L'inconscio freudiano era (troppo!) estremista?

Si, lo era... Solo la  la stanza chiusa e il lettino, ci permetterebbero di dare una rapida occhiata ai contenuti inconsci? Questo livello molto "underground" del nostro mondo psichico fu  raggiunto da Freud percorrendo paradossalmente una strada tecnologica e modernistica,  racconta Giovanni Maria Ruggeri (Linkiesta) ovviamente ottocentesca. Per Freud la mente era una macchina che obbediva ai principi della termodinamica. A questa pretesa materialista, da studioso del suo tempo, Freud si attenne peraltro solo in parte...E questo è il passato. Oggi, la visione psicoanalitica contemporanea ha abbandonato le avventure nell’ "underground". Il conflitto edipico tra padri e figli è stato sostituito da uno scenario più sentimentale e tranquillo, la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli. Amore e  accudimento (soprattutto materno) prendono il posto del parricidio. 

D. Winnicott e J. Bowlby  ( "il primo un pediatra troppo cortese e beneducato e il secondo un mezzo psicoanalista troppo scienziato” - Ruggeri)  non pensavano più che un buon sviluppo della psiche , germogliasse da uno scontro tra Edipo e Laio, ma  dall’accudimento affettivo, sicuro e stabile, che la madre per prima, poi tutto il mondo affettivo attorno, forniscono al bambino. Si tratta davvero di un profondo cambiamento culturale.

 Anche l’atteggiamento in seduta si è “laicizzato” in qualche modo. "Non si tratta più di riprodurre triangolazioni erotiche e conflittuali edipiche, ma di vivere una relazione, tra paziente e terapeuta, “meno tragica e più gentile e cortese". Il terapeuta non e' più lo specchio vuoto inespressivo, silenzioso e direi inquietante, dietro di noi. Attivo invece, attento, in relazione con chi ha davanti.

Peter Fonagy ad esempio, un grande psicoanalista , utilizza ormai un linguaggio che attinge alla scienza cognitiva, nel quale non vi è più spazio per pensieri inconsci, dove si preferisce parlare di mentalizzazione e di funzione auto-riflessiva. Supponiamo allora tutti noi, di avere piuttosto idee “non consapevoli” così come “implicite”, perché l'inconscio o e' davvero disperso negli inferi o chissà , forse nemmeno esiste. La metacognizione o mentalizzazione, sia nella psicoanalisi che nella terapia cognitiva, non è altro che il prendere atto che ci sono dei limiti alla nostra capacità di controllo e padroneggiamento dei nostri stati mentali, anche dopo un approfondito trattamento di analisi. La sofferenza si può attenuare, ma va anche accettata e gestita.

Il lavoro terapeutico oggi, dal punto di vista tecnico , e' diventato un continuo incoraggiare il paziente a riflettere sui propri stati di sofferenza emotiva per fornire loro un significato, ragionare sul perché si percepiscano certe emozioni o ceri impulsi, rielaborarli in termini di pensieri articolati, di narrazioni. Parole esplicitate su di sé, sulla propria storia, sull'idea del mondo e degli altri che abbiamo, sul nostro futuro. Perchè la sofferenza mentale non dipende da stati mentali inconsci, ma da elaborazioni narrative esplicite che strutturiamo in modo poco consapevole e di cui diamo per scontati il valore di verità e la fondatezza razionale. Questa è la psicoterapia che prediligo e che applico…